Il benessere psicofisico? UNA PRIORITA’ DI VITA – Intervista su Cultus Magazine

Pur anelando al raggiungimento di un benessere psicofisico che ci accompagni per tutta la vita, la realtà quotidiana ci vede sempre troppo indaffarati per cominciare a occuparci di noi stessi in maniera propositiva. Così il tempo passa e il “rimandare a domani” diventa la nostra filosofia di vita.
E’ bene non ignorare, però, che dal benessere psicofisico dipende la nostra qualità di vita e, come ci spiegherà uno dei massimi specialisti del settore, sarebbe opportuno considerare il suo raggiungimento come una priorità e non come un’opzione facoltativa.
Nonostante il benessere dell’individuo sia un fattore comune sia alla cultura occidentale, che a quella orientale, la visione dell’individuo è invece totalmente differente. Più selettiva quella degli occidentali, che si concentra separatamente su ciascun organo, ne indaga i sintomi e li cura; olistica invece quella degli orientali che concepiscono l’individuo come un insieme e agiscono contemporaneamente su diversi livelli:
fisico, mentale e il profondo sé.
Abbiamo intervistato il Prof. Franco Nocchi, docente di “Psico-Pedagogia dei Gruppi”, “Psicologia del Comportamento” e “Medicina tradizionale Cinese” presso l’Università di Pisa che ci spiegherà, in dettaglio, come cominciare il nostro percorso individuale e quali saranno gli inestimabili benefici
derivanti dalla sinergia tra un corpo e una mente sani.

Prof. Nocchi, cosa rappresenta per lei il benessere
psicofisico?
E’ una costante e continua ricerca di Equilibrio che deve avere come protagonista principale la nostra mente. Il mantenimento dello stato di ben-Essere ha sempre a che fare con il rapporto che la Persona riesce a intrattenere quotidianamente con il proprio corpo, con il proprio Sé e con l’ambiente che
lo circonda. Il reale ben-Essere, quindi, si può avere solamente quando Mente e Corpo sono in efficiente e costante sinergia.

Il termine sinergia evoca sempre un’idea positiva e, spesso, nella vita, utilizzare in maniera sinergica gli strumenti che abbiamo a disposizione ci porta a ottenere, in qualsiasi campo, ottimi risultati.
Come si ottiene una completa sinergia tra il proprio corpo e la propria mente?
La Medicina Tradizionale Cinese inquadra il mondo intero, e dunque anche l’Uomo, in una visione olistica: ogni fenomeno non può essere compreso se non è studiato in relazione ad altre categorie fenomeniche. In un’ottica di tal genere, l’uomo vive costantemente nell’olistica interazione di quattro “sfere”: corporea, energetica, psicoemozionale e spirituale. Queste quattro sfere sono indipendenti ma, al tempo stesso,
in continua interdipendenza l’una rispetto all’altra. Ogni malattia ha origine dai disequilibri che nascono
a livello della sfera psicoemozionale, successivamente di quella energetica e si manifestano solo alla fine nella patologia a livello della sfera corporea. Quando si parla di “sfera psicoemozionale” si parla, prima di tutto, di emozioni e in particolar modo della capacità data a ciascuna mente, se opportunamente “allenata”, di poter gestire le stesse. Esiste un’idea diffusa e preconcetta che porta a considerare le emozioni come negative o positive “in sé”. La verità è che ogni emozione è solamente un’informazione che muove nella persona una fisiologica reazione a uno stimolo ambientale: un’emozione costituisce dunque un fisiologico impulso ad agire (la radice stessa della parola “emozione” è il verbo latino moveo “muovere”, con l’aggiunta del prefisso “e” “movimento da”, proprio per indicare che in ogni emozione
è implicita una tendenza verso l’azione). Questo impulso ad agire possiede una potenziale funzione di garantire e favorire la vita. Non esiste quindi un’emozione in sé negativa o positiva: sono le emozioni eccessive, mal gestite e/o cronicamente trattenute che fanno nascere le sensazioni di mal-essere e le patologie.
Quando le emozioni non sono ben gestite e controllate, il loro naturale e costitutivo “impulso ad agire” andrà a implodere e a “scaricarsi” negativamente sulla e nella persona a tutti e quattro i livelli. La sfera corporea, in particolare, viene spinta verso disequilibri energetici che, se non tempestivamente
riarmonizzati, vanno ad aumentare, nel tempo, in qualità e quantità. La somatizzazione della cattiva gestione emozionale va nel medio/lungo periodo a causare danni organici destinati a lasciare per sempre la loro impronta sul corpo.

Traducendo in pratica?
Ognuno di noi ha fatto esperienza più o meno profonda di quanto un’emozione mal gestita possa provocare repentini cambiamenti, anche devastanti, sul nostro “sistema persona”. I cambiamenti che scaturiscono da una cattiva gestione delle emozioni avvengono sia a livello fisiologico, con modificazioni fisiche e fisiologiche (insonnia, respirazione corta, pressione arteriosa elevata, disturbi del ritmo cardiaco,
digestione difficile, emicranie, astenia, gastrite, colite, stipsi, impotenza/frigidità), con rigidità a carico del sistema osteo articolare e/o a vari livelli del rachide vertebrale, psoriasi che psicologico/comportamentale, manifestandosi con ansia, stress, depressione, cambiamento delle espressioni facciali, modificazioni della postura, del tono della voce, anoressia, bulimia, modifica della sensazione soggettiva (anche nelle relazioni interpersonali), alterazione del controllo di sé e delle proprie abilità cognitive. Il problema è che la nostra cultura e la nostra società non prevede un insegnamento specifico mirato a farci “prender confidenza”, sin da bambini, con le emozioni. Eppure basterebbe davvero poco perché le emozioni seguono sequenze logiche che possono essere riconosciute e quindi ben gestite da chiunque. E’ solo da pochi anni, infatti, che l’OMS ha riformulato il concetto di salute passando da un’idea, radicata per secoli, di “assenza di malattia” a un’idea di benessere fisico mentale e sociale. L’essenza di questo concetto però è ben lontana dall’essere assimilata dal mondo in generale e da quello medico in particolare. Si può avere salute intesa come assenza di malattia corporea e ottima forma fisica ma gravitare in uno stato di profondo malessere, si può essere in uno stato di salute psicoemozionale ma avere un corpo fragile e caduco. Solo se mente e corpo vengono educati e allenati in parallelo con i giusti strumenti si può ottenere la loro reale sinergia. Il vero ben-Essere è allora, come prima dicevo, una ricerca costante e continua di Equilibrio che passa necessariamente per l’acquisizione della capacità di gestire le emozioni (sviluppo dell’Intelligenza emotiva) in un regime di corretta cura del corpo. Questa è l’unica “conditio sine qua non” per riuscire a mettere in reale sinergia non solo Mente e Corpo ma tutte le quattro sfere che compongono il “sistema olistico Persona”.

Quali sono nella vita quotidiana i primi passi concreti da compiere per il suo raggiungimento?
Una cura equilibrata e non narcisistica della buona funzionalità della sfera corporea è sicuramente importante. Ogni persona, a qualunque età, deve svolgere un esercizio fisico regolare ed equilibrato e seguire un’alimentazione corretta ma, in relazione a quanto detto prima, questo non può essere sufficiente. Un alleato potentissimo, a disposizione di tutti ma sottovalutato e mal utilizzato dalla maggior parte delle persone, che è il fulcro per la gestione delle emozioni, è il respiro.
E’ necessario imparare quindi l’uso funzionale della respirazione. Un antico aforisma taoista recita: “ vivi ogni minuto cercando di fare in modo che la mente sia l’imperatore, il respiro il comandante e il corpo la truppa. Solo così il tuo impero (persona) sarà ricco e longevo”.

In cosa consiste l’uso funzionale della respirazione?
Prima di tutto bisogna prendere consapevolezza della necessità di rendere ogni atto respiratorio più lungo
e controllato possibile e soprattutto dare dignità assoluta a quella che è la fase più importante della respirazione: l’assenza controllata di respiro, più comunemente chiamata apnea. Invito tutti a fare questo semplice ma fondamentale esercizio: mettersi seduti in una posizione comoda e iniziare a respirare profondamente. Focalizzare un problema che sta creando sensazioni e/o reazioni negative e dare un nome a quel problema. Svuotare bene i polmoni e poi inspirare più lentamente possibile, cercando di allentare le tensioni del corpo a partire dalle rigidità della zona scapolo omerale. Trattenere il respiro per alimentare maggiormente la sensazione di rilassamento già cercata nella fase inspiratoria e visualizzare, nell’ultima parte della fase di apnea, il nome dato al problema. Espirare lentamente e profondamente, immaginando di far fuoriuscire assieme all’aria “quel” nome assieme alle sensazioni negative, ai pensieri negativi associati ed espirare il nome e tutte le negatività lontano da noi, lentamente ma inesorabilmente. Ripetere per almeno 8/10 atti respiratori completi. Prendiamo l’abitudine di svolgere questo esercizio, della durata di pochissimi minuti, più volte durante la giornata ma soprattutto al risveglio e prima di coricarsi. E’ importante fare questo esercizio prima di addormentarsi perché il sonno è un amplificatore degli stati psicoemozionali che viviamo durante la giornata e che ci portiamo a letto senza averli adeguatamente armonizzati e opportunamente “respirati”. Con la pratica quotidiana, in un tempo che varia in rapporto alla soggettiva predisposizione ma comunque ragionevolmente breve, avremo la possibilità di iniziare a utilizzare la respirazione funzionale per controllare a livello preventivo le emozioni ed evitare così di essere controllati da esse nelle reazioni. Chiaramente, come già ho detto, questo è solo un primo passo. Esistono molte altre tecniche ma il percorso più avanzato deve essere fatto dietro una guida vigile e preparata. Nei seminari che dirigo a cadenza mensile, sia nel mio centro a Pisa che in vari centri italiani, di meditazione per la gestione emozionale, di Chi Kung e di tecniche varie di Antica Medicina Cinese, il mio obiettivo è quello di lasciare immediatamente ai praticanti degli strumenti pratici da investire nella loro quotidianità per il perseguimento del proprio ben-essere.

Quali sono le idee preconcette e le cattive abitudini più frequenti da dover “cancellare” per cominciare questo percorso?
La più diffusa tra le cattive abitudini è figlia legittima della mentalità della società industriale avanzata: l’incapacità e/o la non volontà di ritagliarsi delle “pause funzionali” nel corso della giornata e ciò costituisce un enorme ostacolo verso il conseguimento del ben-essere individuale. In questa società dell’efficientismo produttivo, tendiamo a essere tutti guidati da un modello di azione che ci forza al continuo movimento in funzione, per l’appunto, dell’attività produttiva. La maggior parte delle persone che conosco passano freneticamente da un’attività all’altra, svolgendo, anche diverse attività in contemporanea e disperdendo così, quotidianamente e costantemente, la loro energia vitale. Accumulano denaro e prestigio sociale ma si allontanano sempre più dalla soglia del ben-essere. Sono convinti che ritagliarsi uno/due periodi all’anno di ferie possa essere utile per “ricaricare” la batteria ma spesso le ferie diventano un evidenziatore delle tensioni accumulate durante l’anno lavorativo e iniziano a essere veramente utili solo negli ultimi giorni, che precedono il ritmo frenetico dei nuovi impegni. Detto questo, il perseguimento del ben-essere passa per la necessità di sapersi ritagliare pause quotidiane durante le quali perseguire l’armonizzazione delle proprie energie psicoemozionali. Programmare delle pause non è oziare ma prendersi delle piccole e fondamentali parentesi di riequilibrio e di “riarmonizzazione” personale che andranno a nutrire e ad alimentare tutto il resto della giornata in ogni attività che andremo a svolgere.

Quanto differisce la mentalità orientale da quella occidentale nell’approccio al benessere personale?
Cos’è in grado d’insegnarci la sinergia tra queste due culture?
In Occidente è da sempre netta la separazione e la dicotomia tra anima e corpo. Il corpo è stato sempre oggetto di un vero e proprio processo di occultamento culturale, un processo che è stato alimentato per secoli partendo dalla concezione platonica che vede il corpo come tomba dell’anima, passando per la demonizzazione del corpo operata dalla religione cristiana, rafforzata nel dualismo cartesiano “res cogitans” “res extensa” e radicata culturalmente nella visione meccanicistica degli albori della medicina occidentale. Il corpo è così divenuto una macchina alla quale bastava cambiare dei pezzi, qualora ce ne fosse stato bisogno: questa è una delle affermazioni di Julien Offroy de La Mettrie (“mèdecinphilosophe”,
1709-1751). Ben diversa è la situazione nella cultura orientale. In tutte le cosiddette “religioni etiche orientali” (taoismo, buddismo, induismo) la materialità corporea è la condizione necessaria per raggiungere la spiritualità. In particolare il taoismo, come già detto, vede l’unitarietà e l’interdipendenza assoluta di ognuna delle quattro sfere componenti la persona dove il corpo è addirittura il ponte di accesso ad ognuna delle altre tre sfere. Corpo e spirito, corpo e anima non sono separati ed è solo attraverso le giuste pratiche del corpo che si può ottenere la pulizia dell’anima e l’elevazione dello spirito. Nel taoismo non esiste “ciò che non è”, anche la sfera più prettamente spirituale passa dalla corporeità ed è chiaramente individuabile come esperienza sensoriale. In questa cornice, si capisce come da sempre la Medicina Orientale (cinese e tibetana in particolare) persegua l’equilibrio preventivo di tutte le energie agenti nella persona “olisticamente” intesa, nella consapevolezza che detto equilibrio passa necessariamente anche per il saper gestire in maniera efficace gli impulsi emozionali, per adottare un buon stile di vita e per saper costruire dei rapporti interpersonali all’insegna dell’armonia e della positività. Oggi è ormai chiaro che lo stato di salute dipende non tanto dall’assenza di malattia, ma anche
dal tipo di risposta della persona alle malattie esistenziali e alle difficoltà sociali. La stessa Organizzazione Mondiale della Sanità ha spostato l’originale idea di salute verso un’idea di benessere fisico, mentale e sociale.

Ci parla un po’ di lei? Com’è giunto a questo livello di conoscenza? Qual è stato il suo percorso personale?
Ho iniziato a praticare Judo nel 1966, all’età di quattro anni per poi proseguire con lo studio del Karate ma è all’età di dodici anni che ho fatto l’incontro decisivo per il mio percorso di vita, conoscendo, all’interno di una manifestazione di Arti Marziali, colui che sarebbe diventato la mia Guida personale, prima ancora che il mio Maestro, nelle Discipline tradizionali cinesi: il Maestro Huang Wan De.
Il Maestro, grande combattente e grande esperto di Medicina Tradizionale Cinese, fuggì dalla Cina nel 1952 per non soccombere agli orrori dell’epurazione culturale maoista e, una volta giunto in Italia, aprì una Scuola di Kung Fu tradizionale vicino a Firenze dove mio padre, mi accompagnava in auto da Pisa, per quattro sere la settimana. Con gli insegnamenti del Maestro Huang, mi fu subito chiara “l’Essenza” delle antiche Arti: più il praticante progrediva nello studio delle tecniche di combattimento, più aveva il dovere di conoscere le Arti Mediche e di coltivare le Arti Gentili. Questo perché lo studio della Medicina, della Poesia, della Letteratura e della Musica (aspetti “yin” morbidi, dello scibile) andava a “compensare”
e mitigare gli aspetti eccessivamente “yang” (esteriori, duri) sviluppati con lo studio delle tecniche di combattimento. In seguito, ho effettuato il tradizionale percorso di studi “occidentali” in ambito psicologico, antropologico e masso fisioterapico, che mi ha portato a prendere consapevolezza, non senza iniziale sorpresa, di quanto ogni “scoperta” della scienza moderna nel campo delle caratteristiche psicofisiche dell’uomo avesse già risposte esaustive nei testi dell’antica medicina di 4000 anni fa. Ci tengo inoltre a raccontare che il mio Maestro ha molto insistito perché integrassi il mio percorso con lo studio della musica. Oggi sono musicista e compositore e tengo in tutta la penisola concerti di solidarietà durante i quali metto in scena quella che è la mia “visione olistica” dell’Arte. Danza, poesia, pittura, recitazione,
arti marziali, gocce di saggezza buddista e taoista, fluiscono accompagnate e amalgamate dalla mia musica e dalle mie canzoni. Sono felice di essere l’autore della canzone “Amico Papa” (l’unica canzone al mondo autorizzata dalla Santa Sede che contiene la voce di Papa Francesco in ben 3 passaggi), i cui proventi sono destinati a sostenere il reparto oncoematologico dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e sto infine presentando un CD che contiene il singolo, “Anche se non so volare”, che servirà a dare un contributo
alla fondazione ARCO e alla ricerca oncologica. Personalmente ritengo di essere un privilegiato,  soprattutto nell’avere la possibilità di essere in costante contatto con i giovani, sia nelle palestre, sia nelle aule universitarie sia nei teatri e, avendo costantemente occasione di verificare quanto sia limitata e limitante la formazione accademica occidentale, cerco, in ogni occasione, di trasmettere le preziose nozioni
che ho avuto la fortuna di apprendere e di invitare ogni persona a mettere i propri doni a servizio dei meno fortunati.

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